10:16:00 Pubblicato da Tiziano C.
Obdulio Varela - l'uomo che sfidò il Maracana


Nella storia del calcio esistono i leader, giocatori coraggiosi che con il loro carisma e la loro straordinario grinta sono riusciti a vincere anche sfide ritenute impossibili. Uno di loro è sicuramente Obdulio Varela,  IL Capitano....


Obdulio Jacinto Muiños Varela nasce a Montevideo, in Uruguay, il 20 Settembre 1917. Dopo una breve parentesi nella squadra locale del Deportivo Juventud, Obdulio lega la sua fama prima ai Wanderers, e poi Al Peñarol, la prima società di Montevideo. Qui si consacra come stella del calcio, e viene per la prima volta soprannominato “El Jefe” (Il capo). Con il Peñarol vince 6 campionati e viene....



riconosciuto all’unanimità come leader fuori e dentro lo spogliatoio. Con la nazionale il suo cammino inizia nel 1942, con la vittoria della Coppa America. 

Tecnicamente Obdulio Varela gioca nella posizione di centromediano, una sorta di mediano "taglia & cuci", che ha il compito di marcare il centravanti avversario così come di far ripartire l’azione. "El Jefe" è un giocatore con piedi abbastanza grezzi e tecnica mediocre, ma i suoi punti di forza sono da ricercarsi altrove: in campo è un autentico leone, un atleta incredibile che fa della straordinaria grinta e del sacrificio i suoi punti di forza. Varela, più di ogni altro, rappresenta la “Garra”, ovvero la grinta, la rabbia agonistica, che ha sempre contraddistinto i giocatori uruguagi.

La carriera del campione Uruguagio scorre tranquilla, tra alti (molti) e bassi (pochi), fino ad arrivare ad una tiepida sera di Luglio del 1950. E’ la sera della finale della Coppa del Mondo, che quest'anno si tiene in Brasile. Una delle due finaliste è ovviamente la squadra ospitante che arriva senza difficoltà all’attesa finale, rifilando 13 goal in 2 partite nelle fasi finali. I Brasiliani sono ovviamente condannati a vincere, e la finale contro la sorpresa Uruguay sembra una pratica già risolta. I 200000 del Maracanà già festeggiano, e si chiedono solamente quanti goal potranno fare ai poveri malcapitati che si trovano di fronte. Per le strade la gente balla, beve, e la federcalcio brasiliana ha già preparato 11 limousine per i “vittoriosi” finalisti. Il cammino dell’Uruguay è più stentato: un pareggio con la Spagna (sconfitta 6-1 dal Brasile) e una stentata vittoria 3-2 contro la Svezia (sommersa di reti, ben sei, dal Brasile). L’Uruguay è una buona squadra, che ha nel cuore del capitano Varela e nel cervello di Schiaffino i suoi punti di forza, ma di fronte al super potere Brasiliano, per di più in casa, sembra non avere speranza.


Prima della partita gli stati d'animo delle due squadre sono agli antipodi : i Brasiliani già festeggiano a ritmo di samba, gli Uruguagi sono silenziosi, con lo sguardo rivolto verso il basso. Tutti tranne uno. All’entrata in campo i compagni di Obdulio guardano spauriti le tribune gremite di folla esultante, ma è lo stesso Jefe a rivolgersi a loro con tono aspro urlando “non guardate mai le tribune! La partita si gioca qui!”. L’arbitro, l’inglese George Reader, si appresta al tradizionale lancio della monetina quand’ecco Varela afferra al volo la monetina appena lanciata e, guardando negli occhi l’attonito arbitro, sussurra “Signor arbitro, lasci pure ai brasiliani la consolazione di scegliere. Perché NOI saremo i campioni del mondo”. Il suo tono è duro ma al tempo stesso pacato, non sono parole di circostanza. Quello ci crede davvero, pensa l’arbitro. Così sia. I primi 20 minuti i Brasiliani attaccano a testa bassa: un’autentica marea si riversa nella metà campo uruguagia, ma è la nazionale ospite a colpire un palo in contropiede. Per tutto il primo tempo l’Uruguay riesce miracolosamente a tenere. Varela è un leone in campo, si avventa su tutti i giocatori brasiliani con furia, e dirige il reparto con maestria. Il primo tempo si conclude a reti inviolate. Pazienza, gliene faremo 4 o 5 nel secondo tempo sembrano pensare i tifosi.

Passano appena 60 secondi nella ripresa e il Brasile va in vantaggio. Un veloce scambio del fenomeno Zizinho e dell’esterno Friaça manda quest’ultimo in rete. I 200000 possono finalmente esultare. Un urlo sovrumano, di liberazione, scuote il Maracana.

Il goal decisivo di Ghiggia.
Obdulio Varela non si perde d’animo, e in pochi secondi riporta personalmente il pallone a centrocampo guardando negli occhi gli avversari. Sembra fatta per il Brasile ma, si sa, i miracoli ogni tanto succedono. Al 21’ Varela soprende i centrocampisti brasiliani con un bel lancio per l’ala Ghiggia che, dopo essersi accentrato, serve l’accorrente Schiaffino che batte in rete. 1-1. Improvvisamente il frastuono si tramuta in silenzio. Gli 11 giocatori uruguagi sembrano animati da uno spirito guerriero : lottano su ogni pallone e tentano in ogni modo di fermare i brasiliani, con le buone e le cattive. A pochi minuti dalla fine avviene l’impensabile: è Ghiggia, dopo una progressione sulla fascia a fulminare Barbosa. 2-1. Gli ultimi 10 minuti il Brasile tenta un ultimo, disperato assalto, ma è troppo tardi. L’Uruguay è campione del mondo. Gli sguardi increduli e sconsolati dei supporters brasiliani sono gli occhi di un paese intero. Centinaia di persone si suicideranno quella notte, conosciuta poi come "Maracanazo”, il disastro del Maracana. Un paese intero piange e si dispera, mentre i giocatori neo campioni festeggiano increduli. Alcuni di loro saranno addirittura vittime della furia cieca brasiliana (Ghiggia in particolare venne malmenato e per un anno non giocò).

Quella stessa notte Varela, al contrario dei suoi compagni, decide coraggiosamente di non lasciare subito il Brasile, ma piuttosto si confonde tra i tanti Brasiliani che decidono di sfogare la propria amarezza e rabbia nei bar della città. Obdulio beve e piange con loro: per un attimo anche lui riesce a comprendere il loro dolore. Anni dopo morì in miseria. Poco prima di morire disse di quella notte: “ quel giorno era scritto che dovessimo vincere noi, non temvano né Dio né il demonio”. Possiamo dargli torto ?

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