11:00:00 Pubblicato da Tiziano C.

Squadre Leggendarie : River Plate 1941-1946


Munoz-Moreno-Pedernera-Labruna-Lostau”. Questi cinque nomi, ripetuti a mò di litania, sono conosciuti da qualunque tifoso del River Plate, un po’ come i nostrani  “Sarti-Burgnich-Facchetti”, per intenderci. Nomi che evocano ricordi piacevoli: immagini di una grande squadra del passato che ha fatto sognare i tifosi argentini, e non solo...
























Quel River Plate che verrà in seguito chiamato “La Maquina”, imperversò in Argentina in piena seconda guerra mondiale, dal 1941 al 1946, e forse per questo motivo non ha avuto quella vetrina internazionale che avrebbe consacrato alcuni dei suoi protagonisti ad eroi del calcio.
Il River Plate al gran completo

L’allenatore Renato Cesarini (sì, proprio lui, quello della famosa “zona cesarini”) forgia una squadra fortissima, che fa del dinamismo e della rapidità d’esecuzione i suoi punti di forza. In seguito si dirà che è proprio questo River Plate l’antesignano del famoso calcio totale reso famoso nel mondo dall’Olanda negli anni 70. E forse è proprio così.
Dal punto di vista tattico il River Plate non propone niente di nuovo, almeno all’apparenza. La formazione messa in campo è il classico WM (o sistema), tattica in voga in quegli anni. La vera novità però non è tanto nella – presunta - disposizione tattica, quanto nei compiti e nei movimenti dei singoli giocatori.

Il portiere è il giovanissimo Amadeo Carrizo che, come abbiamo visto in precedenza, è quasi “costretto” a giocare da libero vista la spiccata attitudine offensiva della squadra. Questo significa che lo si vede spesso fuori dai pali, addirittura all’altezza del dischetto dell’area di rigore, in modo da essere pronto ad uscire sui piedi degli attaccanti avversari in caso di contropiede. Davanti a lui operano tre “terzini” ("fullbacks"): a destra c’è Norberto Yacono, giocatore rapido e tecnico dotato anche di discreta forza fisica; a sinistra c’è Ferreira (in seguito sostituito da Rodriguez), un terzino con buoni mezzi tecnico-tattici. Al centro invece opera, con compiti quasi da moderno centrale difensivo Ricardo Vaghi, il cervello e i polmoni della difesa. E’ lui la “star” della difesa: Ricardo è un giocatore con un’ottima visione di gioco, piedi educati e, soprattutto, grande carica agonistica.

I due mediani che operano davanti alla difesa sono Bruno Rodolfi e José Ramos, che da soli danno equilibrio alla squadra. Il loro compito principale consiste nel coprire le avanzate degli attaccanti e di recuperare più palloni possibili.

da sx a dx: Munoz, Moreno, Pedernera, Labruna e Lostau
Se la difesa de la Maquina può essere considerata “buona”, il vero punto di forza della squadra è costituito dallo straordinario “quintetto” d’attacco. Le due ali pure sono Juan Carlos Munoz e Felix Lostau. Il primo, Munoz, è un giocatore dalla tecnica sopraffina: i suoi dribbling e le serpentine sulla fascia sono il suo marchio di fabbrica, e non è raro vedere tifosi avversari applaudire a questo incredibile giocoliere. Il suo punto di forza però è costituito dalla straordinaria precisione dei suoi cross, siano essi rasenti al terreno o più alti: molti goal degli attaccanti sono merito suo.  Dalla parte opposta opero Felix Lostau, giocatore rapidissimo (di lui Di Stefano disse che era più veloce di Gento, uno dei giocatori più rapidi di sempre), dalla buona tecnica e visione di gioco. Più accentrati, ma sempre con attitudini offensive, operano José Manuel Moreno e Angel Labruna. Il primo, chiamato “El Charro” (per via della sua notevole somiglianza con i cowboy messicani), è un giocatore straordinario, da molti definito addirittura superiore a gente come Maradona o lo stesso Di Stefano. José è un giocatore con un fisico da corazziere e un piedino fatato: possiede una tecnica prodigiosa, e spesso si esibisce in giocate al limite dell’umano.
Possiede anche enorme resistenza, che gli consente di muoversi come un treno in ogni parte del campo…L’altra mezz’ala è Angel Labruna. In realtà Angel è un bomber mascherato da mezz’ala, e sono i numeri a dirlo: quasi 300 goal in 18 anni di carriera, un’enormità. E’ un giocatore tecnico, con tempi di inserimento perfetti, dal tiro potente e preciso e incredibilmente opportunista sotto rete. Per finire, il centro attacco è forse la Stella con la s maiuscola della squadra, ovvero Adolfo Pedernera. Chi lo ha visto giocare ne tesse le lodi come miglior giocatore Argentino di sempre, altro che gente come Maradona o Di Stefano. Sebbene giochi nella posizione di centro-attacco (all’epoca una sorta di “boa” in area di rigore, il cui unico compito è buttarla dentro), in realtà Pedernera è più una mezzapunta: ama infatti rientrare spesso a centrocampo, trascinandosi dietro il marcatore e lasciando campo libero ai compagni di reparto.
Come giocatore Adolfo è straordinario: fisicamente gracile, compensa però con una tecnica straordinaria: ha l’incredibile capacità di riuscire a servire sempre il compagno meno smarcato con lanci millimetrici, il suo tiro è potente e preciso, e la naturalezza con cui muove la sfera è quella dei grandi.

L'estroso Munoz
Dal punto di vista tattico il River Plate funziona come una macchina (da qui il nome “La Maquina”): ogni componente della squadra agisce come un meccanismo ben oliato, con il giusto tempismo, per permettere alla squadra di funzionare. I giocatori del River Plate giocano un calcio veloce, frizzante, fatto di giocate incredibili, di sovrapposizioni, di uno contro uno e triangolazioni improvvise e rapidissime. Proprio come successe con l’Ajax e la Nazionale Olandese 30 anni dopo, i giocatori non hanno posizioni fisse in campo, ma amano ruotare in continuazione per non dare punti di riferimento agli avversari. L’ala destra Munoz, ad esempio, ama arrivare a fondo campo e servire l’accorrente Moreno, sempre puntuale in zona goal. Il pressing è continuo ed asfissiante, e i risultati di tale gioco sono concreti: quasi 4 goal segnati in media a partita, un’enormità. E’ anche vero che un gioco del genere richiede risorse fisiche non indifferenti: capiterà a volte di assistere a vere e proprie goleade in campo (non sono infatti rari i 6-5 o 4-3). Nel 1943 un giovanotto con la testa sulle spalle e piè veloce, chiamato affettuosamente dai compagni “La Saeta Rubia” (la saetta bionda), per via del colore della capigliatura, prenderà il posto di Moreno. Un certo Alfredo di Stefano. Il ciclo della Maquina si estinguerà nel 1946, con l’addio del giocatore chiave e capitano (per ben 10 anni) Adolfo Pedernera.




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